Maschera di bellezza: il programma di Bonaccini per la cultura.

La cosa più chiara del programma di Bonaccini per il governo dell’Emilia-Romagna è la retorica inconsistente su cui si fonda, centrata sull’ammiccante riferimento a quella malintesa “bellezza” che l’assegnazione dell’Oscar al film di Sorrentino ha sciaguratamente promosso a cifra assoluta di un’identità italiana da spendere sui mercati internazionali.

Lo sviluppo, quindi, viene tradotto nei termini di una competitività territoriale tutta affidata a quel presunto talento creativo che dovrebbe rinfocolare l’eldorado del genius loci, fra cultura, gastronomia e artigianato artistico.

Si tratta di una maldestra inversione del problema, perché purtroppo è assodato che, in assenza di un tessuto economico sufficientemente florido e di un benessere diffuso, la creatività può tradursi solo nella capacità individuale di inventarsi espedienti, magari anche geniali, per tirare a campare, contando soprattutto sulla propria arte di arrangiarsi. Non è di sicuro l’equivalente di una razionale pianificazione economica.

Parlare di industrie creative come elemento propulsore dell’economia, in una regione che ha visto dissipare in pochi anni il suo tessuto industriale, che ha depresso la sua agricoltura, che ha visto implodere la sconsiderata predominanza assegnata al cemento, che soffre di ormai acute infiltrazioni mafiose, che si affida a un turismo traballante quanto poco sostenibile come unica risorsa, rischia di essere solo un altro depistaggio rispetto all’urgenza drammatica di affrontare con la necessaria incisività questioni non più rimandabili.

Non suona plausibile, quindi, indicare come fondamentale aggancio per l’uscita dalla crisi il programma “Creative Europe” promosso per il 2014 – 2020 dall’UE: 1,8 miliardi di euro in sei anni, per conquistare una parte dei quali la Regione si è già attrezzata con una specifica legge sull’audio-visivo (LR. 23 luglio 2014, n. 20), dopo la tempestiva predisposizione, nel 2012, di un corposo studio dell’ERVET su cultura e creatività
(Rapporto CULTURA&CREATIVITÀ) dal quale il programma di Bonaccini attinge, senza esplicitarlo, più di una citazione letterale.

Si riserva un’attenzione praticamente esclusiva ai grandi centri urbani, nei quali andrebbe a concentrarsi quindi la gran parte degli investimenti e dei servizi, negando in sostanza i bisogni di un tessuto antropico ben più ricco e diffuso. Ma lasciando anche da parte le imperdonabili carenze progettuali di una simile impostazione, ciò che maggiormente colpisce è che questa visione si inscrive in un’assurda logica competitiva, che classifica le città in base al potenziale attrattivo che possiedono nei confronti delle cosiddette “classi creative”, la cui presenza garantirebbe una crescita economica mirabolante. Eppure gli effetti concretamente osservati di queste dinamiche non vanno in realtà oltre la riqualificazione di aree degradate e l’incremento del valore degli immobili. In sostanza, un processo di gentrificazione che crea un ambiente favorevole per le classi agiate, respingendo verso margini sempre più lontani i meno abbienti.

In nessun caso le “classi creative”, da sole, possono produrre ricchezza. Questa azzardata ipotesi, negata da ogni evidenza e poco supportata dagli stessi teorici della “creatività”, la fa però, temerariamente, il programma Bonaccini, evidentemente convinto che in Emilia-Romagna esistano le pre-condizioni ritenute necessarie per l’espansione delle classi creative, che lo stesso rapporto ERVET (p. 37) si premura di elencare: “un’alta diffusione di saperi e di istruzione e una densità di competenze altamente qualificate grazie alla presenza di università, centri di ricerca e di innovatività diffusa sia nel settore pubblico sia nel settore privato; un numero di associazioni culturali attive molto elevato; un numero significativo di imprese che operano nel settore della conoscenza e della cultura, in particolare nella produzione dei contenuti delle industrie culturali che forniscono sia beni e servizi ad alto contenuto simbolico sia informazione e comunicazione; alta qualità e ricchezza di competenze nella filiera della produzione audio visuale, del cinema, dei contenuti digitali, della musica, dello spettacolo, dei servizi culturali; ricchezza dell’offerta culturale che dà luogo ad alti consumi evoluti legati ad attività ricreative e culturali; questi elevati consumi evoluti denotano anche una buona qualità sociale in quanto incrementano le relazioni umane e la coesione sociale. Inoltre, le città emiliano-romagnole condividono con altre città italiane caratteristiche che a parere di alcuni studiosi (Santagata et al.2009: 75-76) possono essere considerate prerequisiti per lo sviluppo di un potenziale modello italiano di città creativa: centri storici estesi e ben conservati che favoriscono una forte e riconoscibile identità urbana; un patrimonio artistico e architettonico di grande importanza che potrebbe costituire un elemento di attrattività nei confronti dell’esterno; una buona qualità di vita; una buona presenza di piccole imprese e di “distretti culturali” di successo.”

Viene da verificare se e quali di queste pre-condizioni (che, come noto, presuppongono a loro volta l'esistenza di un benessere diffuso) sussistano oggi in Emilia Romagna.

Rispetto ai consumi culturali il Report 2013 dell’Osservatorio dello Spettacolo regionale riporta dati poco incoraggianti. Nello spettacolo dal vivo (musica e teatro) le rappresentazioni sono calate del 12,6% in cinque anni; i consumi culturali nel campo dello spettacolo hanno registrato un calo del 9,2% fra 2008 e 2012 (con un - 6,1% nel solo 2012); gli incassi sono scesi del 14,9% (-8.000.000 di euro). 70.000, in numeri assoluti, gli spettatori persi dalla lirica. Per quanto riguarda le entrate dei soggetti produttori, sovvenzionati con i contributi regionali previsti dalla LR 13/99, i ricavi diretti, nel 2012, costituiscono solo il 27% delle entrate. Il resto è quasi totalmente garantito da contributi pubblici. Rispetto ai posti di lavoro, si passa da 309 a 325 unità stabili dal 2009 al 2012, ma i contratti a tempo determinato diminuiscono da 1634 a 1489. Le possibilità di occupazione nel settore, di fatto, sono fortemente diminuite.

I NEET tra i 15 e i 29 anni in Emilia Romagna, secondo i dati diffusi dalla stessa Regione nell’aprile 2014, sono 112.000 (I giovani NEET in Emilia-Romagna). Nel 2007 – dice il rapporto - rappresentavano il 9,6% della corrispondente popolazione residente, nel 2013 sono diventati il 18,8%. I disoccupati, sempre nel 2013, rappresentavano l’8,5% della popolazione, dato inferiore a quello dell’UE 28 (10,8%), ma il tasso di disoccupazione giovanile nella fascia 15-24 è passato dall’11,1% del 2008 al 33,3% del 2013.

Quanto al benessere economico, secondo dati ISTAT, tra il 2012 e il 2013 la situazione economica è peggiorata per il 58% della popolazione emiliano-romagnola (“molto” per il 14,9%) (IStat 'Percentuale di famiglie per giudizio sulla loro situazione economica rispetto all'anno precedente'). Il rapporto Unioncamere di Bologna rileva che nel solo 3° trimestre 2014 le imprese attive in Emilia Romagna sono diminuite di 346 unità. Perse 165 imprese nella manifattura, 132 nelle costruzioni e 208 nel commercio. Aumentano di 291 unità le società di capitale, ma sono 432 in meno le ditte individuali e 238 in meno le società di persone (Movimprese in Emilia-Romagna III° trimestre 2014).

Per quanto riguarda il livello di istruzione, nonostante un lentissimo miglioramento, l’Italia resta in posizioni arretrate rispetto al resto d’Europa, e l’Emilia Romagna non fa eccezione.

Se i consumi culturali in genere paiono essere in sensibile calo (IStat 'Istruzione e formazione') non c’è quindi da stupirsi. Chi saranno dunque i clienti e consumatori dell’industria culturale emiliano-romagnola? L’unica speranza è che gli stranieri, turisti o importatori, siano sedotti da un irresistibile made in E/R, la cui fama, al momento, risiede principalmente in auto di lusso come Lamborghini e Ferrari (da poco scorporata da FCA per una nuova speculazione finanziaria targata Marchionne), in prodotti gastronomici DOP come mortadella, parmigiano e prosciutto crudo (sulla cui esportazione potrebbe incidere molto negativamente il TTIP) e, ormai, pochissimo altro che possa costituire una cifra identitaria veramente radicata. Sfruttare i vantaggi offerti dai finanziamenti europei e investire nelle industrie creative non è certamente sbagliato, ma non può essere questa la cifra costitutiva di una ricostruzione intelligente di un’economia in frantumi. E che, forse, neppure ci vede così concorrenziali, visto che sempre più centri urbani in Europa sono orientati a una programmazione simile (con colossi come Berlino e Barcellona in prima fila).

Anche volendo credere alla (già esausta) retorica delle città creative, è chiaro che senza una politica che indirizzi sostanziosi investimenti pubblici alla salvaguardia del diritto al reddito, del welfare, dell’ambiente e delle attività culturali, l’industria creativa non solo non potrà sostenere l'economia regionale, ma neppure produrre profitti sufficienti alla propria sussistenza. Sarà anzi irrimediabilmente destinata a sparire. Lo sbandieramento del potere taumaturgico del branding, del marketing territoriale e della creatività non è che un altro inganno escogitato da una politica liberista priva di strumenti, di idee e di scrupoli, al servizio di indirizzi di sviluppo europei che, anziché promuovere seriamente la cultura, ne danno un'interpretazione mistificante, immiserendone la funzione e spacciandola come improbabile salvagente.

Il programma di Bonaccini risulta dunque ipocrita quanto illusorio, così come appare ipocrita e illusorio tutto ciò che a livello nazionale sta attuando il governo di Renzi in tema di investimenti e di lavoro.

Per noi dell’AER la finalità propria della cultura è e deve rimanere la produzione collettiva di senso. A questo, anche e soprattutto attraverso la creazione di lavoro qualificato e stabile, deve essere destinato l’investimento pubblico. La rimozione delle cause che limitano l’accesso e la partecipazione all’elaborazione culturale comune è un dovere di chiunque ci governi, un dovere che non può essere subordinato in alcun modo all’assurda pretesa di conformare qualsiasi attività umana alla creazione di profitti di cui solo pochi potranno beneficiare.

E’ la cultura che deve plasmare l’economia, non il contrario.

Uliana Zanetti, 3 novembre 2014

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