Sullo stato dell'Università e della ricerca in Italia

Ricerca e crisi

L'investimento in cultura, Università e ricerca mette d'accordo gli economisti, dai liberali ai keynesiani, ai marxisti.

E' una delle più note vie d'uscita dalla crisi: ad esmpio, permette l'innovazione aziendale aprendo settori produttivi totalmente nuovi; di valorizzare il nostro patrimonio culturale; di creare le premesse perché vi sia un qualunque futuro. Nonostante questo, il Governo sembra pensare (“sembra pensare”; in realtà chi governa in Italia in genere non pensa affatto) che i brevetti nascano ancora nel chiuso di un garage dall'intuizione del genio individuale, non da anni di studi in équipe e di investimenti con criteri scientifici e dietro controllo dei risultati; che i decenni passati in lavori precari, dal cameriere al lustrascarpe, migliorino la letteratura e l'arte nazionale; che gli anni passati sui banchi di scuola siano sottratti all'esperienza di lavoro in azienda, l'unica che conti realmente. Vediamo dunque fino a che punto si è giunti nel trascurare qualsiasi politica culturale che abbia basi razionali.

Precariato.

Il fenomeno del precariato nell'Università italiana è ben fotografato da uno studio recente della FLC CGIL su dati del Ministero dell'Università e della Ricerca. In sintesi, dal 2003, a causa dei pensionamenti e del taglio del turnover, i docenti strutturati sono diminuiti del 10% mentre i contratti precari sono aumentati da 18.000 a 31.000. L'Università fa impiego strutturale e non saltuario del lavoro precario, altrimenti dovrebbe chiudere. Nonostante questo, solo il 6% dei precari nel periodo considerato è stato in seguito assunto a tempo indeterminato. Al contrario: i contratti da ricercatore sono divenuti a tempo determinato, triennali, rinnovabili una volta sola per due anni.

I contratti precari all'Università sono la dimostrazione più evidente del fatto che in genere la precarizzazione della forza lavoro non è servita a coprire bisogni temporanei, né ha come esito una assunzione a tempo determinato sulla base del merito. L'unica sua funzione è ridurre il costo del lavoro al livello di sussistenza, per tutta la vita. Il docente precario ha, in media, 35 anni, non ha figli, non ha futuro.

Non si tratta di filosofi irrimediabilmente distratti in cerca di nuove teorie del tutto: al contrario, la maggioranza (il 29,7%) ha una formazione scientifica, il 25% umanistica e il 24,1% socioeconomica. Ricadono nel precariato anche a causa della estrema specializzazione del loro sapere – si acquista in profondità ciò che si perde in ampiezza - e per il fatto di essere relativamente vecchi per fare il loro primo ingresso nel mercato del lavoro: il 34% di chi cerca un impiego altrove rimane infatti disoccupato.

Anche le condizioni di sfruttamento sono drammatiche. Un corso semestrale viene pagato, a seconda dell'Università, tra i 2.000 e i 4.000 euro lordi. Non è possibile vivere se non sommando corsi ai corsi: così, si stabiliscononuovi record di insegnamento effettivo: 350 - 400 ore per semestre, considerando solo la lezione frontale, e non prestazioni di corvée gratuite quali il ricevimento studenti, seminari, assistenza a laureandi, esami; spesso le lezioni sono erogate in lingua straniera, in corsi e master dove si trova impiego a causa dell'impreparazione dei colleghi più anziani. Per fare un confronto, un docente strutturato è tenuto a 120 ore di didattica frontale annue. La vita viene pianificata di sei mesi in sei mesi; non c'è alcun diritto acquisito alla malattia, alla maternità, ai servizi sociali, complice anche la molteplicità delle forme contrattuali.

I tagli alla ricerca.

Nonostante la situazione il ministero promette 400 milioni di tagli ad Università e ricerca (spending review). Vanno ad aggiungersi ad altri 170 milioni di tagli ereditati dal ministero Tremonti e sempre rinviati. Pur non essendo un esperto di bilanci, immagino che si debbano rinviare per forza, altrimenti l'Università dovrebbe chiudere. Oggi si ipotizza di dimezzare, attraverso accorpamenti, i grandi istituti di ricerca nazionale. La realtà è che non ci sono le condizioni in Italia per parlare di ricerca: ciò che si spende oggi copre a malapena gli stipendi di quanti lavorano nel settore.

L'Italia così rimane indietro rispetto agli altri paesi europei: tra gli obiettivi del trattato di Lisbona, la media degli investimenti in ricerca dovrebbe attestarsi al 3% del PIL. Nel 2011 tale media si è attestata all'1,94%; per i paesi Ocse si arriva al 2,37%; l'Italia si fermava all'1,25%.

Scadimento qualitativo

Non è più nemmeno vero che l'Università italiana offra una preparazione migliore rispetto a quelle straniere, come ci piaceva pensare negli anni '90. La riforma Berlinguer aveva il solo scopo di “produrre” laureati, il che è avvenuto attraverso la standardizzazione dei corsi con il sistema dei crediti formativi,i limiti alla bibliografia, il disincentivo a bocciare gli studenti per evitare di perdere i fondi di dipartimento. Un buon indicatore per comprendere la portata del fenomeno è il programma di scambi tra ricercatori europei Marie Curie, che permette una formazione all'estero per due anni. Per potervi accedere, è necessario presentare un progetto formativo molto dettagliato sotto un profilo scientifico e dell'implementazione. A differenza di altri fondi europei, in questo settore non vi sono “quote” prestabilite per Paese: conta solo l'eccellenza del progetto, non la nazionalità del ricercatore. Il numero di ricercatori italiani in uscita per il 2013 è di 2.436 unità, mentre le domande per venire nel nostro Paese si sono attestate a 1.364. Regno unito, Francia e Germania sono le mete più ambite. I loro istituti di ricerca hanno molte più domande che ricercatori in uscita, e di conseguenza godono più dell'Italia dei finanziamenti. Anche dal punto di vista del tasso di successo i progetti italiani non brillano: nel 2012 il tasso di successo medio per gli scambi intra-europei si è attestato al 17% in media; se consideriamo solo le domande italiane scendiamo al 7,5%. In Europa ci siamo creati una fama sinistra: le condizioni di lavoro inaccettabili e il desiderio di voltar pagina spingono la gran massa dei precari a “provarci”, sia nel campo dei progetti Marie Curie sia in bandi più prestigiosi o economicamente sostanziosi, spesso senza avere il profilo richiesto.

4. Ricerca ed Europa.

Poiché siamo in argomento, la Commissione europea porta avanti le proprie politiche culturali, smaccatamente neoliberiste, attraverso investimenti in ricerca: 80 miliardi di euro sono stati investiti nel nuovo programma Horizon 2020. Tra gli obiettivi, la promozione della leadership industriale attraverso le nuove tecnologie – si veda ad esempio il programma human brain project; investimenti in ricerche su energie, trasporti, smaltimento dei rifiuti, invecchiamento; politiche sulla sicurezza contro crimine, terrorismo, immigrazione clandestina, cyber-security. Tutto questo, con un occhio di riguardo alla collaborazione tra ricerca pubblica ed iniziativa privata. L'Europa ha scelto di non finanziare, se non attraverso alcuni programmi specifici, le scienze umane; tuttavia il coinvolgimento di questi saperi in programmi più ampi è ben valutato. In questo modo i migliori cervelli d'Europa si mettono al servizio di un programma politico dai tratti ideologici ben definiti. Al confronto, in Italia l'espressione “politica culturale” è un ossimoro.

I risultati sono evidenti: nel 2013, il numero totale delle richieste di brevetto presentati all'ufficio europeo si è attestato a 265.690, in crescita del +2,8%. Tra queste, quelle italiane sono solo il 2% (diciottesimo posto): in tutto 4.663 richieste, -2,7% sul 2012, anno in cui le domande erano già in calo del -3,4% rispetto al 2011.

Qualche conclusione

Oggi molte forze populiste europee sostengono un ritorno agli Stati nazionali. Anche solo a giudicare dai dati che ho riportato, sotto il profilo della capacità italiana di ritagliarsi un posto al sole tra le economie mondiali, si tratterebbe di un sicuro fallimento, la strada per una “decrescita insostenibile”, la via certa per diventare un Paese coloniale. Basti paragonare il numero delle richieste di brevetto italiane, che ho riportato sopra, a quello della Cina, leader mondiale (526.000 domande) e degli USA (503.000). Il problema dell'investimento in conoscenza, formazione, ricerca e sviluppo tuttavia sembra estraneo alla mentalità della piccola borghesia imprenditoriale italiana, tra le cui fila questo tipo di parole d'ordine nascono e si diffondono. Anche al di fuori delle fila del populismo, l'idea che la cultura non sia una priorità è stato un tratto comune al blocco storico che ha sostenuto Berlusconi fino a ieri, e che oggi vota compattamente per Renzi, e si riflette nelle scelte sciagurate di questi due governi.

Questo non esime una forza politica che ambisca ad essere trasformativa sul piano della Storia a porsi il problema di coinvolgere i docenti e ricercatori precari perché contribuiscano al mutare delle cose con il proprio contributo intellettuale e creativo. Attualmente, sembra esaurita la stagione fertile delle proteste pubbliche, spesso condotte attraverso iniziative originali e di impatto mediatico, attraverso cui i precari tentavano di attirare l'attenzione del Paese su un problema che, si è visto, non è corporativo ma generale; d'altro canto, l'impegno su rivendicazioni puramente sindacali in una situazione in cui il diritto di sciopero è negato può portare tutt'al più a vedersi riconosciuti dei buoni pasto, non certo a risolvere il problema strutturale, con il risultato di isterilire il movimento: un futuro che toccherà a tutti, con l'abolizione dell'articolo 18.

Se alla crisi economica corrisponde, dialetticamente, la catastrofe intellettuale, occorre lanciare nuove parole d'ordine, in cui l'esigenza della democrazia economica si accompagni al rilancio della critica, delle idee, della capacità di pensare.


 

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